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Archive for the ‘opinioni’ Category

In occasione della 45a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 5 giugno, anche Sulla Via ha voluto dedicare un numero (quello di maggio, in uscita oggi) ad approfondire il tema del web e delle interconnessioni che ha con la nostra vita quotidiana. Per questo la redazione ha scelto di porre qualche domanda alla Prof.ssa Francesca Comunello, ricercatrice di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza di Roma ed esperta di nuovi media, anche in rapporto alle relazioni sociali.

una foto della prof.ssa Comunello

«È certo complicato ragionare su un tema così ampio. In termini generali, internet costituisce un’infrastruttura tecnologica che abilita pratiche sociali. Internet agisce parallelamente ad alcune rilevanti trasformazioni sociali, che hanno avuto luogo anche indipendentemente dalla diffusione delle tecnologie digitali. Un grande sociologo come Manuel Castells ha coniato l’etichetta “Network society” per definire la società contemporanea: l’economia, le forme organizzative, la diffusione dell’informazione, le relazioni sociali possono essere comprese applicando il modello della rete».

Quali sono, a suo parere, i vantaggi di internet e quali invece i rischi?

«Internet garantisce oggi un accesso costante (senza limiti di spazio e di tempo, soprattutto grazie alle tecnologie mobili) a grandi quantità di informazioni, che riguardano ogni ambito della vita sociale. Ad esempio internet offre piattaforme efficaci per gestire i nostri contatti con amici e conoscenti. È più facile, oggi, mantenere legami a distanza (un amico che abita all’estero, un collega che lavora in un’altra città), rimanere in contatto con persone che non vediamo tutti i giorni.

I critici sostengono che internet ci allontana dai legami “reali”, spingendoci in un mondo di amicizie esclusivamente “virtuali”. La ricerca empirica (ma anche l’esperienza quotidiana di ciascuno di noi) mostrano invece che non c’è discontinuità tra quello che facciamo online e quello che facciamo offline. Soprattutto quando utilizziamo le piattaforme del “web 2.0” (e i social network innanzitutto), usiamo i media digitali per alimentare relazioni che già intratteniamo. Non è la piattaforma che determina la qualità, l’autenticità di una relazione (e non è dunque sensato parlare di relazioni “reali” e di relazioni che “reali” non sono, solo basandoci sull’ambiente attraverso cui queste sono alimentate).

I pericoli maggiori che vedo, al contrario, sono legati alla mancanza delle competenze (non solo tecniche, ma anche relative all’elaborazione delle informazioni) che garantiscono la possibilità di un utilizzo consapevole delle tecnologie».

Rete e minori: il web è pericoloso? Sono necessari degli accorgimenti da parte dei genitori? Quali consiglierebbe?

«Il web può essere pericoloso, come  può  esserlo il mondo offline. Il primo suggerimento che darei ai genitori è non demonizzare internet: il web è oggi una parte  integrante della vita quotidiana degli adolescenti e di fasce crescenti della popolazione adulta. Uno degli atteggiamenti più pericolosi che possono tenere genitori e insegnanti è guardare a internet con distacco, con paura. Gli adulti dovrebbero cercare di conoscere bene gli ambienti di rete, per coglierne le specificità e distinguere tra comportamenti potenzialmente pericolosi e comportamenti costruttivi. Inoltre, i genitori non dovrebbero aver paura di chiedere, di farsi accompagnare dai figli nell’uso delle tecnologie più avanzate: le capacità operative (quelle necessarie per manipolare le tecnologie) sono senza dubbio più diffuse tra le generazioni più giovani; gli adulti, però, possono aiutare i più giovani ad acquisire le competenze cognitive necessarie per elaborare grandi quantità di informazioni, per valutare l’attendibilità delle notizie trovate online o l’affidabilità di un interlocutore. Il dialogo con i figli, anche in questo caso, è fondamentale».

Internet e privacy: un connubio possibile?

«Alcuni osservatori sostengono che nell’era di internet la privacy sia un concetto superato. In realtà, è possibile tutelare la propria privacy ma, anche in questo caso, è necessaria un’elevata consapevolezza, un’approfondita conoscenza delle piattaforme utilizzate».

Come cambia il modo di educare nell’era del web 2.0?

«Nella società contemporanea le competenze tradizionali restano senza dubbio decisive. Vanno però a sommarsi alle competenze relative all’uso  consapevole  dei media digitali, costituendo quella che Jenkins definisce “alfabetizzazione del ventunesimo secolo”. La scuola non può chiudersi al mondo digitale, non può costituire un universo completamente separato da quello in cui vivono gli studenti (o alimentare diffidenza nei confronti degli ambienti di rete). Dovrebbe invece recuperare la sua funzione formativa accompagnando gli studenti verso un uso consapevole delle tecnologie (in termini di fruizione, ma anche di produzione di contenuti multimediali).

Esiste un problema relativo a internet in Italia: non si tratta del fatto che gli adolescenti la utilizzino troppo ma, al contrario, che il nostro paese presenta tassi di diffusione delle tecnologie molto inferiori a quelli degli altri paesi industrializzati. Basti pensare che, stando ai dati Istat, nel 2010 utilizza internet poco meno della metà degli italiani».

In questi giorni si tiene a Parigi un incontro del G8 dedicato espressamente ad internet. Ne usciranno probabilmente delle linee di governance per la rete. Secondo lei delle misure sono necessarie? Quali proporrebbe?

«È un tema vastissimo ma centrale per il futuro di internet. Il summit di Parigi ha suscitato molte polemiche nel mondo della rete, perché ha trascurato di dialogare con il “popolo di internet”, mettendo al centro le grandi aziende e gli Stati (ne ha scritto in modo chiaro ed efficace Stefano Rodotà su Repubblica.it). Il punto centrale nel dibattito sulla governance è oggi rappresentato dai temi della “neutralità della rete”, dei diritti e delle libertà».

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Questo mese, per affrontare al meglio la tematica dei 150 anni del nostro Paese, ci siamo sbizzarriti e abbiamo fatto un piccolo esperimento con i nostri lettori.

Abbiamo pubblicato un sondaggio su internet in cui facevamo delle domande… guardiamo un po’ cos’è uscito fuori.

Per prima cosa volevamo sapere da voi se siete residenti ad Ardea e il 64% vi abita, la restante parte che non vi abita deve stare tranquilla, per noi sono italiani come gli altri!

La nostra seconda domanda è stata: Come hai trascorso la giornata del 17marzo?

Il 62% di voi afferma di esser stato con la famiglia, l’11% ha passato questa giornata prendendo parte a manifestazioni e uscite, la restante parte di voi ha visitato qualche città e alcuni malcapitati hanno addirittura lavorato, nonostante il caos scatenato per stare a casa!

Procedendo c’era una domanda che per noi è stata fondamentale, visto che il pensiero sull’unità ha generato molte polemiche. Alla domanda: Secondo te l’Italia è unita? molti di voi (il 64%) hanno risposto poco, il 19% abbastanza, il 17% per nulla, ma il dato che ci deve far riflettere è che nessuno tra gli intervistati ha risposto molto!

L’ultima domanda del questionario è stata: Se pensi all’Italia, la prima “immagine” che ti viene in mente è…

Il tricolore vince di gran lunga con il 69%, poi, andando a scalare, ci sono la mia città; il Colosseo; il referendum del 1946; il Presidente della Repubblica e – per fortuna – nessuno ha risposto con la vittoria ai mondiali del ’82. Insomma: il questionario ci dice che non crediamo di essere uniti ma almeno adesso sappiamo che non ci unisce solo il calcio!

Avrete di sicuro notato che nel nostro questionario c’era ad ogni domanda la risposta “altro” che è stata inserita appositamente per dare sfogo ai vostri pensieri. Per motivi di spazio non sono state pubblicate.

Adesso le proponiamo a voi, perché alcune sono veramente molto simpatiche e altre invece hanno un’indubbia carica critica.

Alla domanda “Come hai trascorso la giornata del 17”? C’è chi ha risposto “con amici” e chi ammette di essere stato con la ragazza, ma la cosa curiosa è che c’è qualcuno che ha risposto “a scuola”.

Fermi tutti!!! A scuola??? ma il 17 le scuole non erano chiuse? Vabbè ci sarà stato un errore o un po’ di confusione… ma andiamo avanti: il bello sta per arrivare. Alla domanda sull’Unità d’Italia, non ci sono state risposte significative se non per il fatto che secondo la maggior parte degli intervistati, siamo poco uniti.

Ma grandi risposte s’intravedono all’orizzonte, con l’ultima domanda.

“Se pensi all’Italia, la prima “immagine” che ti viene in mente è…”: bene, è qui che molti lettori hanno espresso il loro parere, uscendo dalle risposte standard del questionario. C’è chi risponde, ad esempio, “la famiglia” o “tanti paesaggi naturali”, “il Papa”, ma anche “la vergogna che mostriamo al resto del mondo”, “il raggiro del prossimo” e “Berlusconi”.

Una risposta simpatica anche se già sentita è stata “pizza, spaghetti e mandolino”, ma anche “lo stivale” compare più volte. I più forti a storia ci dicono: “il Risorgimento”.

L’ultima risposta la riscrivo tale e quale senza tagli: “un insieme di persone eterogenee lasciate a se stesse, un paese composto da una grande fetta di persone che vivono o tentano di vivere onestamente, che però vengono offuscate da una piccola parte frivola, ignorante e avara che purtroppo ha molta più notorietà, prendi per esempio la televisione che vive con gli assassini di innocenti oppure la “gavetta” delle nostre nuove ministre oppure il grande esempio di unità, onestà e di attaccamento alla patria mostrato dai nostri politici es. il presidente del consiglio! Il nostro è un paese ricco di risorse dilaniato da tutti questi insetti, ecco come vedo l’ Italia, in fondo è anche colpa nostra che ci lamentiamo e basta ma poi non facciamo null’altro per far si che il nostro paese nel mondo non venga rappresentato da certi soggetti che riducono il nostro bel paese in una barzelletta!”.

Questa risposta contiene un tono di sdegno e rabbia: è infatti piena di attacchi verso il mondo politico. Ciò che emerge complessivamente è un paese barzelletta, fatto di pizza, mandolino e tanta cultura che però viene offuscata dalle tante problematiche che ci affliggono.

Nella festa più importante per noi italiani quello che affiora in superficie non è nulla di cui possiamo vantarci o essere felici. La colpa è nostra, che stiamo riducendo un paese ricco di arte e meraviglie in un posto dove nessuno di noi vorrebbe far crescere i propri figli e da dove i ragazzi non vedono l’ora di scappare. Oggi come allora ci sono forti divisioni culturali e sociali tra nord e sud e non esiste un senso di collettività e solidarietà verso il prossimo, non c’è da festeggiare ma da riflettere.

Giovanni Gaigher

 

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Il pensiero di Don Milani appartiene senza ombra di dubbio a quella categoria di riflessioni profonde che se pur non colte nella propria pienezza ad un primo contatto, lasciano sempre nel nostro animo il fecondo seme del dubbio, pronto a rivelarsi al giusto tempo. In particolare la lettura di questa frase ha delineato in me un’immagine tanto chiara quanto, forse, aliena agli stereotipi di perbenismo propri della nostra cultura fin dalla prima infanzia: una partita a scacchi.

Il gioco degli scacchi mi ha sempre affascinato: ricordo ancora quando mi avvicinai per la prima volta ad una scacchiera, la osservai minuziosamente,con molto scrupolo, ipnotizzandomi nella secca alternanza di neri e bianchi, soppesando con le mani i piccoli pezzi di legno e infine improvvisandomi generale di quel piccolo esercito. Se il gioco in se mi aveva colpito, fu la figura del pedone a rapirmi completamente. Fondamentalmente esistono due modi di giocare a scacchi: il primo, il più cruento, prevede il sistematico sacrificio dei propri pedoni in modo da favorire l’avanzata veloce delle pedine più forti; il secondo, più difficile da attuare ma decisamente più solido, prevede la lenta costruzione di una muraglia di impenetrabile solidarietà fra quelle che vengono considerate le pedine più vulnerabili, e talvolta più ingombranti, del gioco. È in questo modo che i pedoni diventano i veri protagonisti della partita, sono essi la chiave di volta della vittoria.

Secondo me è questo ciò che intendeva Don Milani: i poveri non sono altro che pedoni su una scacchiera. Da sempre malvisti, considerati solo come un fardello, disprezzati; sono invece la componente fondamentale, il caposaldo che non trema. Se effettivamente noi ci riteniamo le pedine più forti, in che modo possiamo noi stessi avanzare se non facciamo per primi strada ai poveri?

(Daniele Iodice)

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Ciao, amico lettore!

Vuoi darci una mano a costruire il numero di marzo? Questo mese vi proporremo alcune riflessioni sul 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Per questo abbiamo pensato ad un piccolo sondaggio – qualche domanda appena – per capire cosa pensano le persone di questa festa e del nostro Paese.

Bastano pochi minuti per contribuire a rendere il sondaggio un pò più folto il nostro pubblico! E un pò più “serio” il nostro sondaggio!

Grazie in anticipo! 😉

Questo è il link del sondaggio:

https://spreadsheets.google.com/viewform?hl=it&pli=1&formkey=dE1pT3hCUzF5NmF3V01qenhQUERuZ3c6MQ#gid=0

E non dimenticarti di cercare il giornale nelle edicole, tra qualche giorno, per conoscere i risultati!!!

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Saldi, che passione!

Mi ritengo un normale ragazzo che si incammina sulla strada che lo porterà a diventare un uomo. Capirete dunque che, forse, le mie non sono le ferme convinzioni di una persona già formata. Comunque per cercare di capire il mondo che ci circonda non è forse necessario, principalmente, spirito di osservazione? Come tutti i giorni, oggi mentre ero seduto a tavola, pranzando, ho acceso la televisione per seguire il TG. Non so se vi capita, ma io, prima di seguire un TG, cerco di immaginarmi già l’ipotetica scala di notizie che mi verranno proposte di lì a poco… mi immaginavo dunque, già prima di vedere l’effettivo servizio, un reportage sulla “notiziona” di oggi!

Ovviamente sto parlando dei saldi  (che oggi sia soprattutto l’Epifania sembrano esserselo ricordati in pochi!). La cosa che mi ha veramente incuriosito del servizio, oltre alla logica che spinge centinaia di persone ad accodarsi fuori da un negozio ora prima dell’apertura solo per appropriarsi di un capo “firmato”, sono state le interviste. Difatti gli intervistati hanno ammesso che avrebbero speso tra i seicento e i mille euro pro capite. Mi piace considerare il fatto che il servizio è andato in onda dopo le dichiarazioni del ministro Tremonti, il quale riaffermava la presenza ingombrante di una crisi finanziaria mondiale. Finito il servizio mi è rimasta una semplice domanda:  la crisi c’è, ma per chi c’è?

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